BIO - Tre anni scarsi, un demo (Happy with my ghost) nel 2006 ed un Ep (Endless youth and other diseases) nel 2008, decine di concerti tra concorsi (Zoe club, Indian's Saloon, Alcatraz) e date elemosinate o strappate con i denti (Spazio Aurora, la Cattedrale, Discolounge), ultimamente anche interviste radio e tv (Radio Bollate, 3Space) e qualche recensione, quale positiva quale negativa, ma fondamentalmente le une e le altre non a fuoco. Sullo sfondo Milano, nel mezzo ore e ore in sala prove ma soprattutto su internet (a proposito, tié: www.myspace.com/insectkintheband). Inattuali per necessità, rumorosi per natura, in vendita per coerenza. Ma abbiamo il sospetto che il nostro momento giungerà postumo. Con affetto, Insect Kin.

D. Fai il nome di almeno tre band che hanno influenzato maggiormente la vostra musica?
R. In principio era l'Iguana. Il primo, lui con gli Stooges, a usare il rock come arma impropria, contro gli altri ma soprattutto contro sé stesso. Socialmente molto più pericolosa della sessualità molle di un Elvis o di un Jagger o della rivoluzione post-trip di un Lennon o di un Morrison. Vabbé, poi i Nirvana. Ma il nostro feticcio sono i Bush. Sbranati vivi, ne sopravvivono oggi canzoni straordinarie che con Cobain non c'entrano e non hanno mai c'entrato un cazzo. In attesa che qualcuno se ne accorga.
D. Quali sono le difficoltà maggiori per una band?
R. La comunicazione, a tutti i livelli. Tra noi quattro, in omaggio all'adagio zappiano "parlare di musica è come ballare di architettura", compiamo sforzi a volte comici per trovare una grammatica comune sulla quale poggiare il linguaggio delle nostre stesse canzoni. "Facciamo zink pom pum!" "No, forse è meglio pam tra pam sblem!", e così via. Seriamente, il problema è poi comunicare bene il proprio progetto. Tu invii il tuo promo di 3-4 brani alle etichette ed alle agenzie, ma quanto racconta veramente di ciò che vali? La butti sui live ed implori i locali di farti suonare, ma quelli sono subissati di richieste e, comprensibilmente, danno retta solo a chi già conoscono, ossia le suddette etichette ed agenzie. Punti allora su recensioni che ti diano visibilità. E preghi che il tuo lavoro finisca nelle mani di un ragazzino pagato zero che almeno sappia mettere in fila due frasi. Esempio: da più parti leggo di somiglianze ai limiti del plagio tra la nostra Springstone e Smells like teen spirit (minchia!). La cosa buffa è che per quel brano ho copiato sì, ma da Fuxia dei Verdena e da Ironside dei Nine Black Alps! Li conosce i Nine Black Alps chi dovrebbe dare un giudizio sul nostro lavoro? Così io mi faccio l'idea che il mio recensore è limitato, ma chi legge si fa l'idea che quello limitato sono io. Ad ogni modo, la verità è che siamo un trilione di band per una dozzina di persone realmente interessate alla musica emergente. Il problema è solo questo.
D. Quali strumenti utilizzate?
R. Corde vocali, chitarra, sudore, un'altra chitarra, un sacco di piatti, qualche rullante, jack daniel's, un basso, saliva, due pedalini: "rumore" e "ancora più rumore".

D. Viene facile avvicinandosi al vostro lavoro sentirvi "tanta nostalgia degli anni Novanta", ovviamente non quelli cantati dagli Articolo 31 in 2030 ma quelli, in particolare, della scena di Seattle. Che cosa ha significato per voi quel periodo?
R. Guarda, nel 1991, anno di uscita di Nevermind, provai l'emozione del mio primo concerto, che fu quello di Cristina D'Avena. Quando nel ‘94 morì Cobain, stavo passando dalla fissa per il DeeJay Time a quella per gli 883. Ero proprio altrove: io gli anni Novanta li ho scoperti negli anni Duemila. Io non li ho vissuti quegli anni Novanta e quindi non posso nemmeno averne nostalgia. Non porterei mai una camicia di flanella, sono orrende. Per me dire Nirvana è come dire Kinks, Beatles,Sex Pistols o i primi Oasis: qualcosa di grande avvenuto in un passato che non mi è appartenuto ma al quale cerco di avvicinarmi il più possibile, non perché mi è rimasto impigliato il cordone ombelicale ma perché è la musica che mi toglie il fiato quando la ascolto oggi. Ma ci sono arrivato tramite un percorso, per me è parte di una evoluzione, non una regressione o, peggio, uno stallo che dura da quindici anni.
D. A proposito di evoluzioni e regressioni: il vostro cd si intitola Endless youth and other diseases (L'eterna giovinezza ed altre disfunzioni), in un vostro pezzo parlate di una "sequel age" (era del sequel) nella quale vivremmo oggi e affermate "time goes blind" (il tempo va alla cieca). A cosa vi riferite?
R. L' "eterna giovinezza", anche in senso lato, è l'ossessione dei nostri tempi. Ma io ho paura di chi a quaranta anni si dice "giovane". Così come mi preoccupa una società nella quale tutti in fondo in fondo pensano di avere un qualche talento, di essere artisti, di meritare un pezzettino di celebrità. Senza riflettere troppo sul fatto che sentirsi tutti speciali è un ottimo modo per farsi omologare. Il punto è che non ci piace l'idea di crescere ed assumerci le responsabilità che ciò comporta. Io per primo, sia chiaro, eh. Forzando un po' le cose, nella musica, come in altre forme espressive pop contemporanee, trovo qualche analogia con questo. Anche il rock oggi mi sembra vivere una fase di riflusso: piuttosto che guardare avanti ci si aggrappa al passato. Allora ecco le reunion, le citazioni, gli omaggi, le robe nuove che tali non sono ma sono robe vecchie (meglio se anni '80) suonate e registrate con le macchine di oggi. Bene, non sono certo io ad avere i mezzi, la visione o l'interesse per predicare una svolta. Anzi, mi ci trovo anche a mio agio in questa situazione visto che la nostra musica non può certo dirsi rivoluzionaria. Ben venga dunque questa "sequel age". Ciò che non trovo coerente è però questo: quando la tua sezione ritmica potrebbe essere stata scritta nel 1984 sei un figo, fai roba attualissima. Se tra i tuoi riferimenti osi avere, chessò, i Mudhoney, sei una specie di ritardato che non si è accorto del tempo che è passato. Ma allora uno come Giuliano Palma dovrebbero internarlo, no? Ma vogliamo parlare di moda o di quanto può emozionarci una bella canzone?
D. I Bush quali "padri putativi", dichiarazioni come arringhe difensive, malcelata insofferenza verso il mondo della musica nostrano e quello che vi gira intorno. Non vi crederete mica dei geni incompresi?
R. Certo che no! Anzi, in realtà siamo anche più scarsi di quanto non sembri. Ma niente mi toglierà dalla testa che, nell'essenza, gli Insect Kin sono un vero gruppo rock.





